C’è un fantasma che si aggira nei contesti del Sistema Sanitario: l’articolo 348 del Codice penale. Viene evocato, come uno spauracchio, ogni volta che si parla di evoluzione professionale infermieristica, quasi come se l’infermiere che decide/prescrive fosse un criminale in erba e non un professionista sanitario laureato, gran parte delle volte in possesso di competenze specialistiche per cui in grado di poter decidere quali presidi necessitano per la cura e l’assistenza del paziente.
Diciamolo chiaramente: non vogliamo invadere il campo di nessuno. Vogliamo solo smettere di essere trattati come “inquilini abusivi”, per di più nel nostro contesto professionale.
La prescrizione non può essere un feticcio di potere
Smettiamola di dipingere la prescrizione infermieristica come una brama di status o una “guerra ai medici”. Questa narrazione è pigra e distorta. La prescrizione è uno strumento operativo. Esatto, uno strumento operativo che permetterebbe ai professionisti infermieri di fornire una risposta logica a una società che sta annegando nelle cronicità, dove il paziente non ha bisogno di un timbro burocratico, ma di una soluzione competente e immediata.
Chiedere, ad esempio, ad un infermiere specializzato in Wound Care di attendere una firma per la prescrizione di un presidio medicale avanzato – dispositivo che supera la classica medicazione creando un microambiente idoneo e protetto a favorire la guarigione della lesione – o per un presidio sanitario che gestisce quotidianamente, porta in primis ad un peggioramento della lesione, con un conseguente ritardo della guarigione della lesione cutanea e quindi ad un danno socioeconomico. In quanto, il paziente dovrà attendere, per la prescrizione dei presidi necessari al trattamento della lesione, che sia visitato da un medico, il quale dovrà essere competente in tal ambito, e questo molte volte richiede giorni se non mesi di attesa, a meno che il paziente non decida di rivolgersi al privato, nelle more la lesione peggiorerà con tutte le conseguenze connesse a seconda del grado. Il tutto determinando sofferenza per il paziente, impegno fisico e sofferenza per i caregivers di prima linea e un aumento della necessità di assistenza sanitaria e sociosanitaria. Si realizzerà quindi un danno socioeconomico innescato da un ritardo nella prescrizione dei presidi sanitari utili alla immediata cura delle lesioni, perché a volte si presentano più lesioni nello stesso paziente, ritardo che potrebbe essere evitato “semplicemente” con l’autorizzazione del professionista specializzato in Wound Care alla prescrizione di detti presidi.
È inammissibile che il paziente, i suoi familiari, e la società debbano subire pregiudizi per tutelare il puro egoismo di una categoria professionale sanitaria, la quale si vede sottratta della funzione prescrittiva che sembra gli sia stata concessa per grazia divina. Mentre in realtà i professionisti infermieri non intendono sottrarre nulla a nessuno ma chiedono di poter esercitare la propria professione nei modi e nei tempi più utili alla società, evitando che i cittadini afflitti da tali problemi di salute siano posti in secondo piano rispetto all’egoismo di pochi.
L’arroccamento di alcuni sindacati di categoria che utilizzano la diagnosi (giudizio analitico con cui si definisce un fenomeno, per cui non di mera competenza medica ma essenzialmente di soggetti che possiedono delle comprovate competenze nell’ambito specifico) come scudo, non può assolutamente porre in secondo piano la tutela della salute, che si ricorda è un bene incommensurabile ed è un fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, ex art. 32 Cost., e quindi le necessità di cura dei singoli, ivi comprese le reali esigenze sociali ed economiche di un Paese. In tal modo si realizza una pura inefficienza del sistema sanitario che si ripercuote direttamente sulla pelle dei cittadini.
Il “nemico” è anche interno: la “comodità” di essere meri esecutori
L’ostacolo non si riconduce solo ad una normativa obsoleta o ad un sindacato medico arroccato per difendere il proprio status quo. Il “nemico” è il timore che diversi professionisti infermieri hanno nei confronti del cambiamento culturale.
È comodo essere meri “esecutori”. Se esegui, non sbagli (o almeno, la colpa è di chi ha “ordinato”). Ma l’infermiere non può più permettersi il “lusso” della deresponsabilizzazione attraverso la mera esecuzione, in quanto professionista intellettuale, ex art. 2229 c.c..
“Essere un professionista intellettuale non significa solo saper espletare una procedura. Significa avere le competenze e assumersi le responsabilità relativamente a sé, come e quando porre in essere la procedura. Sottoscrivendo ciò che si è deciso, così da porre in evidenza le proprie competenze e nel contempo assumendosi le responsabilità dalle quali comunque non ci si può sottrarre”.
Oltre la sperimentazione: il tempo è scaduto
Le “sperimentazioni” sono diventate l’alibi della politica per non decidere. Non servono altri test per capire che un infermiere sia in grado di gestire un catetere vescicale o un catetere venoso centrale (PICC o Midline) o una qualsiasi lesione cutanea, come ad esempio una lesione da pressione. Serve un emendamento normativo che rifletta la realtà dei fatti: l’autonomia scientifica esiste già nei master, nei dottorati e nella pratica, è necessario che se ne prenda atto.
L’infermiere è già nei fatti un professionista della decisione, è il sistema politico-sanitario che deve riconoscere che non è più un mero esecutore come in passato.
La Realtà dei Fatti
L’illusione (ieri) | La verità (oggi) |
l’infermiere esegue la cura | L’infermiere progetta l’assistenza |
La prescrizione è un atto medico | La prescrizione è un atto della competenza specifica |
La gerarchia garantisce sicurezza | La competenza condivisa garantisce l’immediato intervento e la garanzia della salute |
Dalla sperimentazione alla norma
Basta progetti pilota locali. Serve un quadro nazionale che riconosca la prescrizione infermieristica quantomeno per quanto concerne gli ausili e presidi legati alla gestione clinica infermieristica (wound care, gestione accessi vascolari, cure palliative).
Formazione e autonomia
È necessario rafforzare i percorsi clinici post-base affinché la decisione prescrittiva sia supportata dalle più recenti evidenze scientifiche. Prevedendo inoltre l’inserimento dell’infermiere nei percorsi aziendali di approvvigionamento di detti presidi e ausili.
Collaborazione e non gerarchia
La salute del cittadino non è un trofeo da difendere, ma un obiettivo comune. La prescrizione infermieristica non toglie nulla al medico. Toglie solo peso morto a un sistema sanitario che sta collassando.
Concludendo: il coraggio di “abitare” la nostra professione
Dobbiamo smettere di agire come se fossimo ospiti nel nostro stesso contesto professionale in attesa di istruzioni. “Abitare” pienamente il nostro campo significa riconoscere che decidere è parte integrante dell’assistere. Se continuiamo a percepirci come braccia che eseguono e non come teste che pensano e scelgono, l’art. 348 c.p. non sarà un limite legale, ma piuttosto il recinto mentale della nostra irrilevanza.
Il tempo delle deleghe in bianco è finito: non cerchiamo spazi di potere, ma rivendichiamo il diritto e dovere di curare, ex DM n. 739/1994, legge n.42/1999, etc., etc., al fine di fornire risposte immediate e concrete ai cittadini.
È l’ora della responsabilità prescrittiva: la prescrizione infermieristica non è un vezzo accademico, ma l’unica risposta a una società che chiede la tutela della salute ma riceve in cambio burocrazia.
Ci auspichiamo che per il bene comune prevalga il buon senso.

