L’infermieristica legale forense è una delle aree più complesse e meno raccontate della professione infermieristica. Non si limita a stare accanto alla vittima, né si esaurisce nella raccolta di dati clinici. È il punto in cui la cura incontra la responsabilità, la relazione incontra la prova, e il gesto assistenziale assume un valore che può incidere sulla vita del paziente anche fuori dall’ospedale, fino a un’aula di tribunale.
Le definizioni professionali più autorevoli descrivono infatti il forensic nurse come un infermiere formato in modo specifico per assistere persone colpite da violenza o vittimizzazione, rispondendo sia alle conseguenze sanitarie immediate e a lungo termine, sia ai bisogni probatori che possono emergere in sede civile o penale.
Questa assistenza, inoltre, è parte integrante della cura clinica dalla quale non è affatto separata.
Il punto decisivo è che l’infermieristica forense non nasce quando arriva la polizia, ma molto prima, spesso nel momento stesso del triage. Un paziente può presentarsi in pronto soccorso con una caduta poco chiara, un trauma domestico spiegato male, un’aggressione minimizzata, segni fisici che non coincidono con il racconto. Le linee di indirizzo professionali sull’emergency care sottolineano che gli infermieri devono saper riconoscere i casi in cui un trauma, anche se non formalmente denunciato, richiede un approccio forense. In questi contesti, la raccolta corretta delle evidenze, la documentazione obiettiva e la preservazione della chain of custody sono strumenti di tutela per il paziente e anche un modo concreto per evitare revittimizzazione e retraumatizzazione.
È qui che emerge la grande differenza tra l’infermiere genericamente sensibile e l’infermiere forense davvero preparato. Il secondo non si lascia guidare dall’impressione, ma da metodo, linguaggio e rigore. Sa che ogni fotografia, ogni indumento, ogni tampone, ogni descrizione di una lesione può assumere rilievo probatorio. Sa anche che il paziente va messo al centro non solo come corpo da valutare, ma come persona da ascoltare, informare e proteggere. Gli standard più recenti della disciplina insistono sull’esame medico-forense condotto secondo principi trauma-informed, sul consenso informato reale, nonché rispetto dei bisogni specifici del paziente, la pianificazione della sicurezza e soprattutto la continuità del follow-up. La precisione tecnica e l’umanità non sono considerati alternativi, sono le due facce della stessa competenza.
Un esempio chiarissimo è quello dello strangolamento non fatale, un evento spesso sottovalutato perché può lasciare pochi segni esteriori immediati. Eppure i protocolli specialistici ricordano che chi ha subito strangolamento manuale o con legatura può sviluppare edema dei tessuti molli del collo e della gola, con rischio di compromissione delle vie aeree. Per questo il triage e la valutazione infermieristica devono includere un’anamnesi e un assessment mirati su stato neurologico, respiratorio e rachide cervicale. In casi come questi, l’occhio clinico dell’infermiere forense può fare la differenza tra una dimissione frettolosa e l’intercettazione tempestiva di un rischio maggiore, sanitario e giudiziario insieme.
Parlare di infermieristica legale forense significa allora parlare di una professione che si assume il compito di curare senza perdere la verità e documentare e proteggere senza tradire la persona e senza spettacolarizzare il dolore.
In un sistema sanitario che spesso corre, archivia, semplifica e dimentica si deve capire che ci sono ferite che chiedono sia terapia che giustizia.

dott.ssa Serena Verdone – infermiera legale e forense – Comitato Stampa APSILEF
Fonte: International Association of Forensic Nurses (IAFN)