Aggressioni tra colleghi in sanità: responsabilità personali e doveri delle strutture

La sanità è un ambiente ad alta pressione: turni serrati, decisioni rapide, emozioni forti. In questo contesto, anche i rapporti tra colleghi possono incrinarsi fino a sfociare in aggressioni fisiche o verbali. Non sono “sfoghi comprensibili”, ma comportamenti che feriscono le persone, avvelenano il clima di reparto e, soprattutto, mettono a rischio la sicurezza delle cure. Negli ultimi anni il quadro di tutela è stato rafforzato: chi provoca lesioni a un’operatrice o a un operatore sanitario risponde in modo più severo rispetto ad altre situazioni, con un inasprimento delle pene e la possibilità di procedere anche senza la denuncia della persona offesa (art. 583-quater c.p.).

Le forme della violenza interna vanno dallo spintone allo schiaffo, fino alla minaccia ripetuta, all’umiliazione pubblica o ai messaggi denigratori nelle chat di servizio. L’impatto non è solo individuale. Un reparto attraversato dalla paura perde lucidità, cresce il rischio di errore, aumentano assenze e turn-over. Per questo la risposta non può essere un semplice “mettetevi d’accordo”: occorre mettere in sicurezza chi è stato colpito, documentare l’episodio e attivare i referenti interni. La struttura non si limita a “richiamare”, ma accompagna la vittima nei passaggi necessari e si fa carico del post-evento con sostegno sanitario e psicologico, in coerenza con le misure di prevenzione e protezione promosse a livello nazionale (L. 113/2020).

Immaginiamo una scena purtroppo comune: a fine turno, in un reparto sovraccarico, un’incomprensione sulle consegne degenera in urla e in un contatto fisico. Bastano pochi secondi per superare una soglia che non andrebbe mai varcata. Quello non è un “banale diverbio”, ma un fatto che richiede intervento immediato: protezione della persona offesa, raccolta delle prove (anche digitali), segnalazione ai responsabili, possibile attivazione della denuncia. Accanto alla tutela della vittima, serve una lettura organizzativa: rivedere processi, carichi, regole d’uso dei canali informali, competenze di comunicazione e tecniche di de-escalation, così da ridurre il rischio che l’episodio si ripeta.

Il legislatore ha previsto strumenti per intervenire con prontezza quando la violenza esplode “in diretta” e, in casi specifici, anche quando l’accertamento si fonda su documentazione video o fotografica raccolta in modo legittimo: una scelta che spinge le organizzazioni a strutturarsi su segnalazioni tempestive, vigilanza nei punti “caldi” e procedure chiare di gestione dell’incidente (D.L. 137/2024). Ma la prevenzione non è solo norma: è cultura quotidiana. Le équipe che funzionano coltivano rituali semplici — briefing all’inizio del turno, debriefing alla fine, spazi protetti per nominare le criticità — e un linguaggio che separa i comportamenti dalle persone. Anche i testimoni hanno un ruolo: fermare l’escalation, chiamare aiuto, ricordare le regole del reparto non è “prendersela con qualcuno”, è proteggere il lavoro di tutti.

Resta un punto chiave: la fatica non giustifica la violenza. Se la pressione è alta, è un campanello d’allarme per l’organizzazione — più personale, turni più equi, formazione mirata — non una scusa per normalizzare lo spintone o la minaccia. Proteggere chi cura fa parte della cura. Se subisci un’aggressione, fatti assistere, documenta e segnala; se assisti, intervieni e supporta; se dirigi, ascolta e agisci in fretta. Solo così un episodio può diventare occasione di apprendimento, invece che il primo di una serie.

 dott.ssa Serena Verdone – Infermiera Legale e Forense – Ufficio Stampa APSILEF

 

Share this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *