l fragile confine tra biopolitica e biodiritto: riflessioni a margine del principio procreativo

Quando si parla di generazione s’intende indicare un agire proprio dell’umano, generare, dal latino der. di genus -nĕris «stirpe, nascita».

Il Sommo poeta si rivolgeva cosi “………il suo cammino Simil farebbe sempre a’ generanti………”, ossia i figli avrebbero le stesse inclinazioni dei genitori.
Lo stesso San Tommaso identifica come bene la conservazione della vita e la sessualità; l’animale e l’uomo, che hanno in comune i due punti sono naturalmente inclinati” a questo bene. Il desiderio di avere un figlio, nell’esperienza coniugale, nasce dalla promessa d’amore tra un uomo e una donna. Nella reciproca donazione di sé, infatti, è inclusa la possibilità di diventare genitori. Questa totale donazione di sé riflette una singolare pienezza dell’amore coniugale, in cui il figlio è accolto come un dono.

Tuttavia, nel corso della vita coniugale, può accadere di dover prendere consapevolezza dell’impossibilità di procreare; questa condizione può distogliere la coppia del proprio “telos”, ricordando però che si può essere fecondi nell’infertilità.
Con il progresso tecnico-scientifico, si è riusciti a disgiungere il momento della procreazione dal momento dall’atto coniugale, permettendo che la vita prenda origine in un contesto freddo, asettico. Ciò che in passato veniva “da se”, come conseguenza “naturale” del matrimonio, oggi è vista come una condizione da regolare e “dominare” secondo le proprie esigenze (fisiche, lavorative ed economiche). Ma, una tale tentazione trova risposta nelle tecniche di fecondazione artificiale il cui fine non di generare, bensì di produrre” un figlio. L’espressione di un “giudizio morale negativo” nei confronti della fecondazione artificiale dipende dal fatto che le radici personali del generato restano esterne alla coppia, proprio nella moderna epoca della genetica. Il ricorso da parte di una coppia, eterosessuale e legata dal vincolo del matrimonio, alle tecniche di fecondazione artificiali nasce, in gran parte, da un desiderio legittimo di completamento della sfera familiare, che vede nel 3 individuo (il figlio) il frutto incarnato del proprio “Amore”.
Il problema etico generato dalla fecondazione artificiale consiste nel produrre un figlio in un contesto “esterno”, lasciando al medico, “causa efficiente” della fecondazione, la totale iniziativa dell’azione. In tal modo, si è abdicato alla vocazione naturale di partecipare al progetto di Dio. L’esistenza del figlio è così oggetto di strumentalizzazione: egli è voluto non per se stesso, ma al fine di soddisfare un desiderio con l’ausilio di mezzi artificiali (pretesa di far crescere i figli non alla propria luce ma nella propria ombra).
La dipendenza del figlio dalla diretta volontà dei suoi genitori fa sì che egli non sia accolto nella sua unicità e irriducibilità.
I genitori, che desiderano avere un figlio, non potendo generarlo naturalmente, ricorrono ad un intervento tecnico, oltretutto facendo passare la fecondazione artificiale come terapeutica”, quindi “atto dovuto e preteso”.
Esprimere una valutazione moralmente negativa sulle tecniche di fecondazione artificiale, non significa tuttavia sottovalutare la sofferenza che si racchiude nella rinuncia o nell’impossibilità di avere dei figli. Tuttavia, ciò a cui si rinuncia non è al figlio ma al progetto di delegare la generazione del figlio alla prassi tecnicizzata della medicina. La delega procreatica, infatti, si basa su una “scelta” differente da
quella dell’unione coniugale: la scelta di accogliere il figlio come un dono; perché il figlio non può essere e non deve essere considerato un oggetto di proprietà, tantomeno un diritto.
La scelta invece dell’unione coniugale, non si basa sulla produzione di una persona, bensì sulla pienezza dell’amore nella propria potenzialità generativa.
In questa totale donazione di sé, l’uomo e la donna riconosceranno che il figlio è quel “dono”, frutto della loro reciproca donazione. La differenza morale tra generazione e fecondazione in vitro consiste nel fatto che, con la generazione il desiderio di avere un figlio si coniuga con l’amore sposale, per cui la genitorialità è frutto dell’unione coniugale nell’accoglienza del figlio come dono. Diversamente, con la fecondazione in vitro e le tecniche di fecondazione artificiale, le due dimensioni (desiderio di avere un figlio dono dell’amore sponsale) vengono separate. La produzione artificiale di un figlio, toglie all’atto coniugale la dimensione propria dell’agire.
I valori fondamentali connessi con le tecniche di procreazione artificiale umana sono due: la vita dell’essere umano chiamato all’esistenza e l’originalità della sua trasmissione nel matrimonio. Il giudizio
morale su tali metodiche di procreazione artificiale dovrà quindi essere formulato in riferimento a questi
valori. La vita fisica, per cui ha inizio la vicenda umana nel mondo, non esaurisce certamente in se tutto il valore della persona ne rappresenta il bene supremo dell’uomo che è chiamato all’eternità. Tuttavia ne costituisce in un certo qual modo il valore ” fondamentale “, proprio perché sulla vita fisica si fondano e si sviluppano tutti gli altri valori della persona.
L’inviolabilità del diritto alla vita dell’essere u mano innocente “dal momento del concepimento alla morte” è un segno e un’esigenza dell’inviolabilità stessa della persona, alla quale il Creatore ha fatto il dono della vita. Rispetto alla trasmissione delle altre forme di vita nell’universo, la trasmissione della vita umana ha una sua originalità, che deriva dalla originalità stessa della persona umana. La trasmissione della vita umana è affidata dalla natura a un atto personale e cosciente e, come tale, oggetto alle santissime leggi di Dio: leggi immutabili e inviolabili che vanno riconosciute e osservate.
I progressi della tecnica hanno oggi reso possibile una procreazione senza rapporto sessuale mediante l’incontro in vitro delle cellule germinali antecedentemente prelevate dall’uomo e dalla donna.
Ma ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile (imperativo tecnologico).
 
La riflessione razionale sui valori fondamentali della vita e della procreazione umana è perciò indispensabile per formulare la valutazione morale a riguardo di tali interventi della tecnica sull’essere umano fin dai primi stadi del suo sviluppo.
Senza tralasciare l’impatto enorme che le nuove frontiere procreative hanno sul diritto, condizione esaltata dalla “capacità” manipolatrice dell’uomo nella “creazione della vita”. Da qui la necessità di sottoporre la tecnica di generare la vita alle norme “Biodiritto” e di conseguenza alla “Biopolitica”, vista come entità sovradimensionale regolatrice (che tende a sostituirsi ad una sorta di pensiero comune generalmente condiviso).
Ma la mera norma da sola permette di regolamentare e disciplinare il fenomeno? Verrebbe da chiedersi come un evento “cosi naturale-la vita” per secoli retto su basilari regole naturali-(archetipe) dell’uomo” dove paradossalmente “l’agire” era del tutto al latere (il famoso —venire da sè—-) ora necessiti di un così articolato diritto (appunto biodiritto); aver ormai meccanizzato, standardizzato, personalizzato i processi con cui si dà origine alla vita ha reso chiaro ancora di più agli occhi dei loro “creatori” che vi è “altro” a cui trovare risposta.
Più che estendere le norme per regolamentare “la vita”, dovremmo riflettere su come quest’ultime possano arginare derive autonomiste-proprietarie che gli individui potrebbero esercitare sulle nuove vite.
Quanto un singolo diritto prevalga su gli altri e quanto quest’ultimi portino ad esigere un dovere è la nuova frontiera con cui il bio-diritto dovrà fare i conti in un futuro non troppo lontano.
Come una famosa trama di un film di fantascienza, in un prossimo futuro sarà possibile far nascere esseri umani con un corredo genetico praticamente perfetto, selezionato dai genitori, generati senza “imperfezioni” (analogia con il prodotto sullo scaffale), come se fossero “costruiti” su misura, emarginando coloro nati per “Amore” (quindi accettati con tutti i propri limiti).
La diffusione delle tecnologie d’intervento sui processi della procreazione umana solleva gravissimi problemi morali in relazione al rispetto dovuto all’essere umano fin dal suo concepimento e alla dignità della persona, della sua sessualità e della trasmissione della vita.
Alla luce della verità sul dono della vita umana e dei principi morali che ne conseguono, ciascuno è invitato ad agire, nell’ambito della responsabilità che gli è propria, come il buon samaritano e a riconoscere anche il più piccolo tra i figli degli uomini come suo prossimo (Cf. Lc 10, 29-37).
La parola di Cristo trova qui una risonanza nuova e particolare: “Ciò che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a Me” (Mt 25, 40).
 di Francesco Paolucci
aprile 2018

Share this post

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp