Introduzione
Il 28 maggio 2019 rappresenta una data simbolicamente importante per la medicina del lavoro: in quella giornata, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha classificato ufficialmente il burnout nella undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), definendolo come «un fenomeno occupazionale risultante da stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo». Non una malattia, dunque, ma un fenomeno riconoscibile, misurabile, e — soprattutto — prevenibile.
Eppure, a distanza di quasi sei anni da quella storica classificazione, il burnout nel personale sanitario continua a crescere in modo preoccupante. In Italia, la pandemia da SARS-CoV-2 ha funzionato come acceleratore brutale di una crisi già latente: carichi di lavoro insostenibili, turnazioni senza tregua, esposizione reiterata al dolore e alla morte, perdita progressiva del senso della propria funzione professionale. Il sistema ha retto — a volte — ma le sue fondamenta umane hanno tremato.
In quanto Infermiera Legale Forense e Specialista in Gestione del Rischio Clinico, ho osservato direttamente come il burnout non sia mai un fatto isolato e personale: è sempre il sintomo di un sistema che ha fallito nella sua funzione di protezione dei propri professionisti. Questo articolo nasce da quella osservazione, con l’intento di spostare la conversazione dal piano individuale a quello strutturale, dove le responsabilità etiche e organizzative devono essere esplicitamente nominate e affrontate.
Dimensioni del Fenomeno: Dati e Contesto
I numeri del burnout sanitario, sebbene non uniformi per definizioni e strumenti di rilevazione, disegnano un quadro di indubbio allarme. Prima della pandemia, studi europei stimavano che tra il 25% e il 40% dei professionisti sanitari presentasse almeno una dimensione clinicamente rilevante di burnout, misurata secondo il Maslach Burnout Inventory (MBI): esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale.
Nel contesto italiano, la situazione è aggravata da fattori strutturali propri del nostro sistema sanitario nazionale: la carenza cronica di organico, stimata in oltre 30.000 infermieri mancanti rispetto al fabbisogno calcolato, la rigidità dei contratti collettivi, la vetustà dei modelli organizzativi, e una cultura istituzionale che tende a valorizzare la resilienza individuale come risposta al disagio piuttosto che intervenire sulle sue cause.
Un dato di particolare rilevanza, emerso da studi post-pandemici pubblicati tra il 2022 e il 2024, riguarda la specificità dei profili professionali più colpiti: emergenza-urgenza, terapie intensive, oncologia, cure palliative e salute mentale registrano i livelli più elevati di burnout. Non si tratta di coincidenza: sono tutti contesti ad alta intensità emotiva, dove il professionista è strutturalmente esposto a sofferenza, morte, violenza e complessità etica quotidiana, spesso senza adeguati strumenti di contenimento psicologico.
È fondamentale, tuttavia, non ridurre il burnout a una questione di quantità di lavoro. La letteratura più recente — e l’esperienza clinica lo conferma — indica che il burnout insorge non solo per eccesso di carico, ma per perdita di significato: quando il professionista non riesce più a vedere il proprio contributo come dotato di senso, quando i valori fondativi della cura si scontrano con logiche burocratico-manageriali, quando la relazione con il paziente viene svuotata da protocolli e dalla standardizzazione industriale dell’assistenza.
La Dimensione Etica: Chi si Prende Cura di Chi Cura?
- Il paradosso della cura senza cura
Esiste una contraddizione fondamentale al cuore del sistema sanitario contemporaneo: si chiede ai professionisti di prendersi cura dei pazienti con empatia, competenza e dedizione, ma non si garantisce loro le condizioni minime perché quella cura sia sostenibile nel tempo. È un paradosso etico prima ancora che organizzativo.
Il principio di beneficenza — uno dei cardini dell’etica biomedica — si applica tradizionalmente alla relazione tra operatore e paziente. Ma una rilettura più ampia impone di estenderne la portata: un sistema che esaurisce sistematicamente i propri professionisti sta, in ultima analisi, nuocendo ai pazienti. Un medico o un infermiere in stato di burnout avanzato ha una capacità cognitiva ridotta, una risposta empatica deteriorata, un rischio aumentato di errori clinici. Il burnout non è un problema del singolo: è un fattore di rischio per la sicurezza del paziente.
- Responsabilità istituzionale e deontologia professionale
Le istituzioni sanitarie — direzioni aziendali, regioni, Ministero della Salute — hanno una responsabilità etica diretta nella prevenzione del burnout. Tale responsabilità non è sancita solo da principi morali astratti, ma da norme concrete: il Decreto Legislativo 81/2008 sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro riconosce lo stress lavoro-correlato come rischio da valutare e prevenire. Ciononostante, le valutazioni formalmente condotte spesso si risolvono in adempimenti burocratici, senza generare interventi organizzativi reali.
Parimenti, i Codici Deontologici delle professioni sanitarie — sia quello medico che quello infermieristico — richiamano il professionista alla tutela della propria salute come condizione necessaria per la cura altrui. L’articolo 11 del Codice Deontologico degli Infermieri (2019) afferma esplicitamente che «l’infermiere si impegna a tutelare la propria salute fisica e psicologica». Ma un codice deontologico non può supplire all’inerzia organizzativa: è uno strumento di indirizzo, non di supplenza.
- Il silenzio come complicità
Un aspetto spesso trascurato nella discussione sul burnout è la dinamica del silenzio istituzionale. I professionisti in difficoltà raramente segnalano il proprio stato, per paura di stigma, di conseguenze disciplinari, di essere giudicati inadeguati. Le organizzazioni, a loro volta, tendono a non indagare proattivamente il benessere del personale, sia per inerzia culturale sia per evitare di confrontarsi con implicazioni gestionali scomode.
Questo silenzio reciproco è una forma di complicità sistemica. Dalla prospettiva del rischio clinico, esso produce near miss non segnalati, errori latenti accumulati, e un deterioramento progressivo della qualità assistenziale che diventa visibile solo quando sfocia in un evento avverso grave.
La Dimensione Organizzativa: Il Sistema come Fattore di Rischio
- Modelli gestionali e cultura organizzativa
La letteratura manageriale in ambito sanitario ha a lungo promosso modelli ispirati alla New Public Management, importando nell’ healthcare logiche di efficienza, produttività e riduzione dei costi tipiche del settore privato. Questa transizione ha prodotto risultati contraddittori: ha migliorato alcune dimensioni dell’efficienza operativa, ma ha spesso impoverito quella che Arlie Hochschild ha definito «emotional labour» — il lavoro emotivo — trattando la cura come un processo standardizzabile anziché come una relazione.
La cultura organizzativa di un reparto o di un’azienda sanitaria è un determinante primario del rischio burnout. Ricerche condotte in ambito europeo mostrano che organizzazioni con leadership partecipativa, supporto tra pari strutturato, autonomia professionale riconosciuta e comunicazione aperta presentano tassi di burnout significativamente inferiori, a parità di carico di lavoro. Non è dunque solo una questione di risorse, ma di come quelle risorse vengono governate.
- Il ruolo del rischio clinico
La gestione del rischio clinico — il mio campo di specializzazione — offre una prospettiva particolarmente fertile per analizzare il burnout. Il modello del “formaggio svizzero” di James Reason, originariamente sviluppato per spiegare gli incidenti complessi, si applica con straordinaria precisione al burnout sanitario: i buchi nelle difese del sistema — carenza di personale, assenza di supervisione clinica, turni eccessivi, scarso supporto psicologico, assenza di spazi riflessivi — si allineano progressivamente fino a far precipitare il singolo professionista in una crisi.
Adottare il burnout come indicatore di rischio clinico significa riconoscere che il benessere del professionista non è separabile dalla sicurezza del paziente. Significa includere la sorveglianza del benessere psicologico del personale nei sistemi di incident reporting, nei processi di accreditamento, nelle revisioni periodiche della qualità. Significa, in sintesi, trattare il professionista esaurito non come un problema disciplinare, ma come un segnale di allarme precoce di un sistema che sta cedendo.
- Il fenomeno della fuga: turnover e perdita di expertise
Una delle conseguenze più concrete e irreversibili del burnout non gestito è il turnover del personale. In Italia, le dimissioni volontarie di infermieri dal Servizio Sanitario Nazionale hanno raggiunto livelli record negli anni post-pandemici. Molti professionisti abbandonano il settore pubblico per il privato, altri emigrano verso sistemi sanitari europei — in particolare Germania, Svizzera e Inghilterra — attratti da condizioni di lavoro, riconoscimento professionale e retributivo significativamente migliori.
Il costo di questo esodo è duplice: economico — la formazione di un infermiere richiede in media 3-5 anni e un investimento pubblico considerevole — e di qualità assistenziale. La perdita di expertise clinica maturata nel tempo è un danno che non compare nei bilanci aziendali ma si manifesta nell’aumento delle complicanze, nella discontinuità delle cure, nell’appesantimento del personale rimasto.
Proposte e Soluzioni: Verso un Sistema che Protegge Chi Protegge
- Interventi a livello macro sistemico
Il primo livello di intervento è quello delle politiche sanitarie nazionali. L’Italia necessita di un Piano Nazionale per il Benessere dei Professionisti Sanitari, che superi la logica degli interventi episodici e emergenziali per strutturare un approccio sistematico, finanziato e monitorato. Tale piano dovrebbe prevedere: un rapporto infermiere-paziente minimo garantito per legge (sul modello australiano e californiano), investimenti stabili nella formazione continua in gestione dello stress e della comunicazione, l’istituzione di servizi di supporto psicologico accessibili e de stigmatizzati per tutti i professionisti sanitari, e l’integrazione del benessere lavorativo tra i criteri di valutazione nelle procedure di accreditamento istituzionale.
- Interventi a livello meso-organizzativo
A livello di singola azienda sanitaria o struttura, gli interventi più efficaci documentati dalla letteratura includono: la formazione dei dirigenti intermedi al riconoscimento precoce dei segnali di burnout; la promozione di modelli di leadership trasformazionale, orientata all’ascolto e al supporto del team; la creazione di spazi istituzionalizzati di debriefing emotivo dopo eventi critici (codice rosso, decessi, violenze subite); l’adozione di criteri di equità nella distribuzione dei turni e delle responsabilità; e la revisione periodica dei carichi di lavoro in funzione delle risorse disponibili.
- Interventi a livello individuale e di équipe
Il terzo livello — quello individuale — non deve essere il primo né il solo, come troppo spesso accade. Tuttavia, è rilevante: la formazione in mindfulness clinica, in comunicazione assertiva, in tecniche di regolazione emotiva, mostra efficacia nel ridurre la sintomatologia del burnout quando inserita all’interno di un contesto organizzativo supportivo. Fondamentale è anche il rafforzamento della coesione di équipe: le ricerche mostrano che un forte senso di appartenenza al gruppo è uno dei fattori protettivi più robusti rispetto all’esaurimento professionale.
- Il contributo della criminologia clinica e del rischio clinico
La criminologia clinica applicata al contesto sanitario offre strumenti analitici preziosi per comprendere i processi di vittimizzazione professionale — inclusa quella da burnout — e per progettare interventi di prevenzione terziaria. Allo stesso modo, i metodi della gestione del rischio clinico — dalla Root Cause Analysis alla FMEA (Failure Mode and Effects Analysis) — possono essere utilmente applicati all’analisi degli episodi di burnout acuto, trattandoli come «quasi-incidenti» organizzativi da cui trarre apprendimento sistemico.
Proporre l’integrazione di queste discipline nella gestione del benessere organizzativo non è un’operazione accademica: è una scelta pragmatica e concreta, che consente di dotare le istituzioni sanitarie di metodologie validate per identificare i fattori di rischio, progettare interventi mirati e valutarne l’efficacia nel tempo.
Conclusioni
Il burnout del personale sanitario non è una fragilità individuale: è un fallimento collettivo. È il prodotto di sistemi che hanno a lungo estratto valore dalla dedizione dei propri professionisti senza restituire protezione, riconoscimento e condizioni di lavoro degne. È il risultato di culture organizzative che hanno confuso la resistenza con la competenza, e il silenzio con l’adattamento.
Affrontare questo fenomeno richiede coraggio istituzionale: quello di ammettere che il problema esiste, che ha cause strutturali, e che le soluzioni devono essere altrettanto strutturali. Richiede di ripensare il professionista sanitario non come una risorsa da ottimizzare, ma come una persona da proteggere, il cui benessere è condizione irrinunciabile della qualità delle cure che eroga.
Come professionista che opera all’intersezione tra scienze infermieristiche, diritto e criminologia clinica, ritengo che questo cambiamento sia possibile — ma solo se comincia da una scelta etica chiara: la cura di chi cura non può essere opzionale. Deve diventare un pilastro irrinunciabile di qualsiasi sistema sanitario che aspiri a essere, davvero, umano.

Dott.ssa Miriam Smerghetto
Infermiere Legale Forense – Comitato Stampa e Comunicazione APSILEF – Resp.le APSILEF Regione Friuli Venezia Giulia
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