Dall’infermiere di parrocchia all’infermiere karateka: stessa meditazione, ma qualche cintura in più!

Dopo l’infermiere di parrocchia si apre un altro percorso di studi, una strada che parte dalla meditazione,
un’altra disciplina che purtroppo spinge e si fa strada nelle nostre coscienze impaurite, stanche di subire.
La lotta per la sopravvivenza è distribuita in natura in maniera forte e decisa. Un famoso detto cita la
proverbiale ed umile gazzella che al proprio risveglio è consapevole che dovrà correre più del leone o
verrà uccisa. Lo stesso vale per il povero leone che per non morire di fame dovrà superarla, in una lotta
dubbia, altrimenti è spacciato.
Ma alla domanda di chi ha iniziato a correre per primo, più veloce dell’altro, non sapremmo rispondere, e
il dilemma si perde nella immensa savana.
E a qualcosa che ci tocca più da vicino sapremmo rispondere? Se per esempio ci facessimo una domanda
che ci coinvolga da vicino?
Per esempio è meglio che nasca prima un infermiere con la sua professionalità e poi apprenda lezioni di
autodifesa per soprevvivere o che un karateka cintura nera si laurei in infermieristica ed inizi a percorrere
le corsie, sale d’attesa con indosso il kimono?
Siamo esasperati per questo e non sappiamo più cosa rispondere vessati ed avviliti da più parti. Il mondo
sanitario, intra ed extraospedaliero è ormai diventato un campo minato con inneschi di violenza pronti a
deflagare su chi opera con dedizione e professionalità; tale scenario distoglie significativamente e devia
da punti focali assistenziali e di protezione della salute che tutti gli Operatori devono perseguire. In
particolar modo sulle truppe d’avanguardia come medici ed infermieri, la fazione opposta ha in serbo
“armi pesanti”, “cavalleria”, trappole infinite, in un virtuale scenario di battaglia dove basta uno sguardo
incerto a volte per scatenare un assalto imprevisto.
Le minacce, gli insulti, gli sputi, i turpiloqui, le violenze fisiche e psicologiche, vengono sparate ad
altezza d’uomo a colpire per sopperire a mire pretenziose, a volontà insulse di soddisfacimento di inaudite
richieste ed egoistiche aspettative che non tengono conto del professionismo e del rispetto verso un
sanitario che in quel preciso momento è lì per lui, per il suo caro.
Gli utenti stessi, i familiari, i passanti, tutti si sentono istigati e legittimati impropriamente ad attaccare per
ottenere a forza la conquista di una ragione divina.
Ormai il sanguinamento profuso richede una medicazione o una pezza che dir si voglia, da venoso si è
trasformato strisciante in arterioso e gronda per tutta la Penisola, inondando i Pronto Soccorso, i
Dipartimenti d’Urgenza, le sale d’attesa, le strade, e tutti gli itinerari dove un istante in più o in meno fa la
differenza tra la vita e la morte.

Numerose le mobilitazioni di esternazione che a molti non vanno proprio giù, essendo condite di sole
parole: nascono corsi di psicologia comportamentale, di gestione verbale di de-escalation della fase
critica, e tante altre belle iniziative.
Per tanti, ma proprio molti, arriva un dilemma: se sia ora di finirla, se sia ora di passare dalle parole ai
fatti. E così presto detto si sta saltando l’ostacolo, e non a piè pari, o salto della quaglia, o a tuffo per
pararsi con le mani una volta al suolo, purtroppo si sta saltando con rincorsa, slancio e la gamba e il
pugno chiuso o la mano di taglio. Insomma se siamo appassionati di arti marziali, di film di Bruce Lee o
di Jackie Chan, a capirlo ci vuole un attimo.
Per gli altri occorre sapere che si stanno moltiplicando le notizie di iniziative comunitarie e private di un
vero e proprio addestramento per gli Operatori sanitari circa l’uso di arti marziali nel momento del
bisogno.Anche diverse interviste su comunicati nazionali rimandano ad un punto di non ritorno.
Sta per essere superato l’ostacolo che sembra essere posto a dividere da un lato la protezione della salute
dell’assistito e dall’altro la sopravvivenza della propria.
Ci sentiamo oramai abbandonati e inviati come carne da macello in un’arena nella quale anzichè salvare la
vita, siamo attaccati, ed impauriti preferiamo affrontarla armati a nostra volta.
Di certo, come sempre la soluzione sta nel mezzo. Urge l’analisi del fenomeno, ma in modo serio ed
attuata anche e specialmente da chi in prima linea si prodiga giornalmente e si muove in tale marasma
pericoloso, non solo ed esclusivamente da chi non entra mai nella sanguinolenta arena.
La domanda difficile alla quale rispondere se sia giusto o sbagliato, richiede riflessione attenta, messa in
campo di soluzioni a dismisura, ma che siano veramente percepite dagli attori tutti: l’aumento di
personale, adeguate procedure di accoglienza e facilitatori nelle urgenze, smaltimento dei processi
burocratici tedianti, ecc..
Perchè si fa presto ad eccedere deligittimando in men che non si dica un valore tanto eccelso: non
vorremmo mai salvare il paziente ed ammazzare di botte il familiare dispettoso.
Una rivoluzione è alle porte. Sarà inserita la materia in arti marziali ai Corsi di Laurea? E nella
Magistrale? E se io sono un esperto karateka e mi scrivo ad Infermieristica o Medicina mi saranno
riconosciuti gli esami di passaggio di cintura?
L’estremizzazione ci serva da stimolo, ora si fa sul serio!
Giovanni Trianni
Infermiere Legale Forense
Ufficio Stampa ASPILEF

 

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