Categoria: materiale informativo

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Announcement: Nessuno mi può giudicare

……..Cosi cantava Caterina Caselli nel ’66……..

Ma da quegli anni sicuramente l’evoluzione della professione ha subito passi in avanti all’epoca nemmeno immaginabili.

Siamo sicuri che ancora oggi il detto vale ancora? Ho i miei dubbi; possiamo ancora pensare di esserne indenni e anteporre ad ogni valutazione/critica l’autoreferenzialità.

Ritengo che non vi sia cosa più difficile che giudicare l’operato altrui, ed in particolare se questo operato abbia recato nocumento ad altri.

La valutazione del personale in sanità ormai è diventato uno dei momenti fondamentali per decidere se un professionista della salute è idoneo o meno a ricoprire un ruolo o un incarico specifico; garantendo in questo modo all’utente la qualità delle cure da un lato e dall’altro permette alla struttura di modulare un indicatore di performance utile per concertare con il singolo professionista ambiti in cui è necessario un miglioramento.

Ritengo che per ambiti specifici della professione vi sia la necessità di creare percorsi formativi dedicati che siano veramente vincolanti alle finalità che si propongono. Questo permetterebbe di “formare” e non “improvvisare” professionisti che abbiano competenze specifiche nel percorso valutativo sia nell’ambito formativo, clinico assistenziale che in quello medico legale e forense.

La competenza e l’autorevolezza del valutatore rende il giudizio equo agli occhi di chi lo subisce”.

Quello che riscontro è che si tenda a creare percorsi vincolanti a finalità specifiche per poi retrocedere sotto la spinta di pressioni esterne…creando delle ambiguità e promiscuità paradossali. Se da una parte forte e la spinta alla “specializzazione” delle nuove generazioni professionali, è pur vero che non vi è un corrispettivo riconoscimento delle competenze che sono il valore aggiunto alla formazione di base e sulle quali bisogna insistere su un loro riconoscimento formale (culturale ed economico).

Il rimanere generalisti, o peggio “tuttologi” crea disillusioni; saper far tutto a volte corrisponde a non saper far nulla nello specifico.

Se trasliamo queste considerazioni nell’ambito legale e forense si evidenzia ancor di più l’indicazione irrinunciabile ad una formazione “specifica”, vincolante e oserei dire “garantita” di competenze certificate.

Se tale indicazione venisse disattesa in un sistema come il nostro scarsamente meritocratico rischiamo di fare l’ennesimo salto nel vuoto.

Dottor Paolucci Francesco Membro Ufficio Stampa APSILEF.

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L’infermiere è la Bioetica.

Parlando di Bioetica ai colleghi se ne percepisce una cera “lontananza” dalla nostra professione.
La disciplina viene vista “accessoria” se non di “ostacolo” all’attività clinica.
Siamo portati a “fare” e poco a “pensare come fare” ; ma fermiamoci giustamente a pensare e riflettiamo in che modo “facciamo” le cose.
Un luogo comune recita che la “quantità è nemica della qualità”, e da una particolare angolazione trovo del vero in questa affermazione, poiché ciò che è corretto (nel modo e nei tempi) è eticamente accettabile.
Ma la domanda da porsi è come la Bioetica impatta sulla qualità delle cure. L’epoca in cui viviamo ci pone quotidianamente davanti ad interrogativi etici (anche se non li identifichiamo come tali), la molteplicità degli approcci terapeutici ed il mantenimento di un elevato standard di qualità di vita pongono il professionista sanitario a “scegliere ” il bene del paziente tra diverse e molteplici “offerte”.
Tali scelte (più delle volte ritenute banali dagli stessi operatori) costituiscono la base della Bioetica Clinica (ossia quella praticata a letto del paziente).
La Bioetica intreccia l’evidenza scientifica e la deontologia professionale ma prevede sempre un elevato “contributo” umano per poter essere esercitata.
Poiché i principi Bioetici devo essere interiorizzati del professionista e non solo applicati. La Bioetica si pone a supporto delle professioni sanitarie e non le ostacola o limita (come molti asseriscono).
In tal senso il “fare” non è più importante del “come fare”, ed è proprio il “modo di fare” che identifica e distingue un professionista.
Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF.

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Infermieri offesi dallo spot della Bonaccorti?

Fermo restando la posizione di difesa verso il SSN, (Sistema da tutelare e valorizzare) penso che il problema non risieda nella presunta offesa della Bonaccorti verso i professionisti sanitari (ricordiamo che fare spot televisivi rientra nel suo lavoro), ma bensì nel messaggio veicolato al pubblico e agli interessi di marketing che si nascondono dietro ad esso.
La libertà di informazione, parola e critica deve essere sempre garantita, la vera domanda da farsi è “ma il messaggio veicolato dallo spot era corretto e veritiero o mendace, forviante ed ingannevole?”.
L’esercizio di una professione sanitaria espone a potenziali “esiti” che posso arrecare nocumento al paziente (condizione alla base delle adesioni a polizze assicurative); a mio avviso la risposta al problema non risiede nel disincentivare (o peggio ostacolare) il diritto del cittadino a vedersi risarcire un danno (qualora giustamente riconosciuto).
D’altro canto non possiamo negare il problema della malasanità troppo spesso alimentata da sistemi autoreferenziali e garanzia di impunità,
perché questa si che sarebbe la vera offesa al cittadino e agli stessi professionisti sanitari che quotidianamente esercitano nella legalità e nella correttezza clinica e deontologica. Ritengo che la risposta risieda nell’incentivare la trasparenza tra il rapporto “professionista/cittadino” e nei sistemi di risoluzione dei contenziosi (che siano efficaci e rapidi).
Da qui il mio interrogativo, ma davvero ci sentiamo offesi da uno spot o dovremmo esserlo da un sistema che non premia le eccellenze mediante meccanismi meritocratici nei diversi ambiti sanitari e non estromette le “mele marce”.
Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF

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“Che Natale è senza un condono sotto l’albero”

Si sa, siamo sempre tormentati da corsi e ricorsi storici, ma….ultimamente si stanno aggiungendo anche condoni e sanatorie….non riusciamo proprio ad evitare di incappare sempre negli stessi errori.
Poi ci chiediamo del perché non siamo credibili…
Sembrerebbe normale che per esercitare una professione sanitaria sia necessario possedere un titolo abilitante (ottenuto mediante specifico percorso universitario), riconosciuto (quindi autorizzato dalla normativa vigente in un dato paese), ed invece no…..le scorciatoie sono sempre dietro l’angolo.
La serietà di una professione passa inesorabilmente dalla serietà dei propri iscritti che oltre ad associarsi (al fine di tutelare interessi comuni) sono garanti della professione stessa (in termini di rispettabilità e decoro).
Ora, siamo abituati (e questo mi rattrista) a modalità tutte italiane di porre “una pezza” per sanare delle anomalie (volute o ereditate) ….pensando che sia il male minore in quel momento; per poi rendersi conto che si sta  minando alla base la credibilità di una intera categoria.
Parliamo di formazione post-base abilitante con esclusività di esercizio e poi siamo letteralmente invasi da “praticoni” e “ciarlatani” che di professionale ormai non hanno nemmeno più la scritta sulla divisa.
Le normative vanno fatte rispettare e non aggirate, abbiamo pagato a caro prezzo la sindrome del “figlio di un Dio minore” e non abbiamo ancora imparato la lezione.
La grande scommessa che aspetta la professione in un futuro prossimo è quella di garantire all’utenza (sempre più esigente) un adeguato livello qualitativo/esclusivista poiché la dura legge del mercato porterà a richiedere operatori sempre più a “buon mercato”.
Non è solo un discorso di “numeri” (inteso in termini di persone coinvolte) ma di principio è credibilità, ormai quest’ultimi divenuti sempre più “merce rara” in questa società.
Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF

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Una nevicata di grazie da APSILEF. Un brindisi tra il vecchio e il nuovo, tra l’ipocrisia e la verità

Fine anno fa rima con bilancio, forzatamente. Ci si sforza cioè, di seguire fedelmente, secondo canoni attesi e indissolubili, l’idea gioiosa di sintetizzare e rendere plausibile il resoconto di vita nei 300 e passa giorni, ormai del tutto trascorsi. E sia ben chiaro, qui è in ballo la vita professionale di gran parte della coorte sanitaria italiana: 440.000 circa infermieri, uno in più, uno in meno non fa molta differenza. Qualcuno in più, legato al concetto di virtù della “ramazza”, lo jin e lo jang; qualcuno in meno, sotteso ed inebriato di carattere nobile e irriverente “infermiere-non-più-professionale” ma Professionista, o caparbiamente evoluto con formazione specialistica Legale e Forense come noi poveri emarginati e di serie B. Un ringraziamento particolare va a i Vertici Infermieristici.

2018 Questo indelebile anno, ha visto aprire e chiudere vari sipari e scenari. Sipari su di un palco antico e radicato come il demansionamento, duro a morire, inciso nella pietra e nel cuore di molti di noi, serpeggiante e con in dosso i costumi di scena del falso buonismo, delle missed care, delle cure di base disattese per l’eccesso di “deficienza” della gran parte di noi. Un ringraziamento tutto d’un pezzo ad una Dott.ssa Fellow, della quale non ricordo il nome.

Un ringraziamento con tutto me stesso ai nostri soci-colleghi: Ostetriche, Tecnici Sanitari di Radiologia, Tecnici Sanitari di Laboratorio, Fisioterapisti, Osteopati, tutti Legali e Forensi, che sono rimasti ai margini (buon per loro), in quanto non li toccava minimamente la diatriba innescata dal fatidico e tanto sofferto accordo tra FNOPI-CSM-CNF con le aberranti linee guida emanate dalla Federazione infermieristica come una “deiezione” che intaccava di sottecchi l’impianto post-base che essa stessa aveva da anni promosso, curato e “messo al mondo” ma poi sotterrato. Soci pazienti e imperturbabili di fronte a tanto clamore, essendo inconcepibile nel loro “mondo” un tal riverbero di pazzia. Soci mai più felici di sentirsi stigmatizzati, avvertendo un sentimento di fierezza per non far parte di una Federazione con umore oscillatorio, ma di altre più ferme e coerenti con i valori fatti ben emergere della specialistica, come FNOPO e Ordini TSRM PSTRP. Grazie ancora per i vostri sorrisi incoraggianti e il supporto che ci è anche servito a mò di sprone; e la tanta pazienza a sopportare le nostre grida da neonati, che abbandonati ci dimenavamo nella culla abbandonati ahinoi al nostro destino sui gradini dell’Ateneo.

Ci avete spronato ad andare avanti sulla strada intrapresa, su un campo che ad un certo punto prese le forme di una piana di battaglia, dove sembravamo accerchiati da Generali “diversamente” giuristi e “sedicenti valorosi” della Professione, che tornavano, dopo ogni nostro articolo da “scrivani”, al solito piagnisteo verso la collina sulla quale occhi di fuoco ci sbirciavano nel binocolo stràbico di chi imperava. Una battaglia di parole è come un vortice, ti avvolge, vorrebbe entrarti nelle ossa a edulcorarti e ammaestrare quella tua fioca luce di speme nel futuro, vorrebbe farti suo annebbiandoti il retto pensiero di cultura tanto sofferta. Ma ce la cavammo tenendoci aggrappati a noi stessi, senza i rinforzi in campo da parte dell’esercito della Consulta delle Associazioni Infermieristiche, al quale va un ringraziamento per non averci difeso nel momento del bisogno e sollevato con noi scudi comuni. Grazie per aver fatto finta di niente e non aver compreso che l’abbattimento a suon di caterpillar della specialistica post-base, con successivo “muramento” a vivo di tutti i Master di I Livello, riguardava anche voi.

Grazie a pochi e unici amici come AADI Associazione Avvocatura Diritto Infermieristico e NoiSiamoPronti che ci hanno sempre sostenuto e sostentato con il proprio “verbo” indagante la verità oscurata da altri. E nell’oscurità dilagante accendono, come nessuno osa mai, quel quid di protezione e comprensione, che ci incoraggia ad essere infermieri. Grazie

Grazie alla politica, soprattutto in questi ultimi giorni. Alla politica-sanitaria-dell’invidia-mascherata, che ha potuto insinuarsi nella vicenda Venturi, da cui la radiazione dall’Ordine del povero Dottore, al quale va ancora tutta la nostra stima per il comportamento di immensa professionalità ed intellettualmente onesto dimostrato, con il lavoro portato avanti e poi stroncato da una scure di dappochezza strumentale. Grazie ancora Dottore.

Un grazie alla paura. Una paura crescente ed ammorbante, dell’Infermiere preparato, dell’Infermiere ormai pronto da tempo a prendere parte al protagonismo multidisciplinare di questo nostro SSN, con onestà scientifica e volontà di dimostrarne il valore.

Grazie ancora ai Vertici Infermieristici, che in quel fine autunno caldo e prospiciente ghiacciato inverno, ci hanno fatto capire che il vortice di parole era solo un leggero soffio di brezza e inesistente, come un soffio congenito al cuore, come scosse di assestamento dopo il “big one” della faglia di S.Andrea, come parole dette in uno scopone scientifico a tavolino d’un bar. Eravamo stati noi a capire male, noi a non aver studiato la lezione amorevole in quell’inizio d’autunno, noi a non capire il bene ìnsito nelle parole mal dette, il qui pro quo insomma, l’ermeneutica ermetica. Ora il campo è sgombro di nubi e di dubbi, gli Albi dei Tribunali si stanno spalancando, forse, potrebbero, considerando il giusto percorso, la cultura che sarà valutata dagli OPI, dimostrando carte alla mano che ti dai da fare come nel reddito di cittadinanza. Ma attenti la Magistrale ha la priorità, l’indagine dell’acuminoso spigolo del comodino, della scelta delle setole ad hoc per la “ramazza” e il computo della diuresi strizzando le urinate lenzuola (come da richieste dei test d’ingresso) è sempre utile per le missed care. Lungi da me il sembrar sprezzare tal percorso. E’ utile, ma da ricostruirne le basi e per altri scopi. Ma una cosa rimane in piedi. Riguarda il pericolo di aver commesso e di reiterare nel futuro comportamenti “disdicevoli”. Dopo giri di parole e sotterfugi velati, nel Protocollo del contendere ci si blocca ancora sui procedimenti disciplinari, non considerando la possibilità dell’innocenza della commissione della “marachella”, ma il neo si manifesterebbe solo perché c’è l’avvio di uno di essi. Ma chi ha ucciso chi? Chi sta affrontando un Processo? Io mi sto preoccupando perciò, per le mie di “marachelle”: sapranno i Giudici che da piccolo sputavo per terra nei campetti di calcio? Forse che non sono stato un buon chierichetto? Le ostie non le ho mai rubate. Anzi una volta sono pure svenuto per colpa del troppo incenso. Quindi per questa “pulce nell’orecchio”, grazie alla nostra Federazione. Grazie di aver imposto questo limite invalicabile., “giustificato” e divenuto improvvisamente e magicamente (ma forse avevamo capito male tutti) di tipo “ordinistico”. Grazie dal profondo.

Un vero grazie di cuore alla nostra Presidente Mara Pavan, animo pulsante di APSILEF e trainante nel futuro che ci attende. Grazie per questo anno ed i risultati magnifici del nostro II Congresso a Bologna. Senza di te ci sentiremmo persi, ed andremmo alla deriva su questa barca della specialistica. Grazie anche a Muzio Stornelli, il nostro Responsabile Ufficio Stampa, precursore ed essenza del “sempre sul pezzo”, ineguagliabile Maestro di questo piccolo stuolo di “scrivani”. Ma proprio piccolo: lui, io e Francesco, ma che valiamo per cento, tanto siamo agguerriti e affamati. Grazie. E come non ringraziare il mio amico-collega di scrivania e di “caverna” Francesco Paolucci . Scrivano fantastico che con le sue “pillole” di sapere rinfranca sempre la mente e il fisico provato da virus e batteri culturali, inoculati a forza dall’ignoranza della nostra “nobiltà” federale, a suon di “Quanno ce vò ce vò!”.

E mentre scrivevo questi ringraziamenti di fine anno, mi comunicavano che Babbo Natale aveva depositato sotto gli alberi e nelle calze di noi Infermieri italiani, un regalino per il nuovo anno. Non ci vedevo più dalla gioia. Gli occhi mi lacrimavano e la luce del pacco dono mi abbagliava. L’ho aperto e la paura di una sincope mi ha pervaso e scosso le ossa: un aumento della quota annuale OPI, dall’ultima deliberazione, astro del ciel caduto quaggiù come le Geminidi in questo periodo. Ed ho pensato e detto tra me e me: “Grazie Babbo Natale. Grazie tanto. Mi sa tanto che con la vecchiaia non capisci troppo bene le letterine di noi Infermieri, volevamo qualcosa di cadente , ma non questa. Grazie a te per questa magnanimità non meritata. Dovevamo proprio noi finanziare il libro donato alla Ministra Grillo l’altro giorno? E che sarà mai, un libro antico tipo quelli de “Il nome della Rosa”?

Grazie a tutta la mia Associazione APSILEF, una famiglia senza eguali! La nostra unione ci sorregga e si rafforzi sempre più nel nuovo anno. Grazie a tutto il Direttivo, ai Comitati,  ai Gruppi Regionali, a tutti i Soci Ordinari e Sostenitori, al Consulente Legale. Rispecchiamo tutti insieme la forza d’animo della specialistica, il valore insito in questa trasversalità nuova e le critiche ci servano a comprendere che siamo sulla giusta via.

Altro non dico, se non Grazie e Auguri di cuore a tutti !!!!!!!!!!!!!

Inf. Legale Forense Ufficio Stampa APSILEF Giovanni Trianni

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E alla fine anche un Fisioterapista si svegliò con un po’ di perplessità….

Come in ogni famiglia, anche quella delle figure sanitarie si riunì intorno a un tavolo con tutti i membri della famigliola per collaborare alla stesura di un nuovo protocollo che avrebbe finalmente regolamentato l’iscrizione agli albi dei tecnici e periti dei tribunali.

Ma non tutti parteciparono… i “nobili” no, loro proprio no. Chissà perché… o forse sì sa il perché, ma apparentemente non è dato saperlo… peccato per i poveri “nobili” di provincia, che di denari ne spendono per esercitare l’arte infermieristica, forse vorrebbero sapere… ovviamente se qualcuno li considerasse!

Ma i cugini dell’arte sanitaria “nobile”, coloro che hanno le idee apparentemente chiare e che sono ancora riuniti  intorno al tavolo,  in attesa di esprimere i frutti dei lavori condivisi, avranno il coraggio di garantire ai propri iscritti il rispetto che si meritano senza influenze esterne?

Eh sì, i propri iscritti, vecchi e nuovi… chissà che ne pensano loro… intanto uno c’è che se lo chiede fin dal risveglio mattutino… e sicuramente anche dopo!

E notare che sui social, nelle riviste professionali, nei posti di lavoro, e persino al bar si parla di ETICA, RISPETTO e FIDUCIA… ma spesso con rammarico e nostalgia di tempi passati, dove il senso di appartenenza era un vero valore riconosciuto da tutti.

Poi un bel giorno di qualche anno fa un senatore e un onorevole e infine una Ministra, sulla scia del rinnovamento e nel rispetto della libera espressione professionale si adoperarono per far legiferare una e più leggi a rispetto della professionalità dell’Operatore Sanitario e, a garanzia del paziente, del corretto concetto di autodeterminazione del percorso di cura…

E via  con una serie di provvedimenti a garanzia del rapporto di Fiducia  che possa migliorare gli equilibri in tutti i percorsi di cura, aprendo di fatto la strada a una serie di norme che hanno portato anche noi cuginetti Fisioterapisti  a unirci a tutti i tecnici che nel panorama Sanitario partecipano alla progetto comune di salute pubblica. Che bello!

Quante belle idee e quante belle parole… si parole, tante parole che vengono scritte, dette e pensate… che bello esprimere, che bello garantire nel tempo un concetto con l’affermazione scritta di parole  che fissano la meraviglia di tante idee….

Ma con le parole si può formulare tanti illazioni, tante ipotesi e ovviamente esplicitare concetti o denunciare fatti….

Poi leggi un’infinità di acronimi che come paladini della sintesi aiutano tutti a rendere gli scritti più fluidi e sintetici tipo… FNOPI -FNO TSRM PSTRP – FNOPO ricchi di significato e carichi di storia, di energia professionale che è l’espressione vera di ogni singolo professionista. Cioè colui che nelle federazioni ritrova ideali, regolamenti, garanzie, tutela professionale, opportunità, rappresentatività … che belle parole….

Ma le parole devono avere anche un senso e forse … in certi casi, il senso della realtà è alterato da volontà supreme di “nobili” pensatori che in una FANTADEMOCRAZIA associativa si dimenticano dei significati che le stesse parole possiedono, creando inevitabilmente un cortocircuito nei valori….

Ma se proprio l’ordine dei “nobili” ha dimostrato di non  garantire ai propri iscritti il rispetto dei valori che un bellissimo codice deontologico, che anche lo stesso ordine è tenuto al rispetto, descrive e sancisce perentoriamente a garanzia dell’interesse di pazienti e soprattutto degli iscritti….

….possiamo noi Fisioterapisti credere che un’ordine multi-professionale, nuovo per noi, possa tutelare la nostra professione?

Si, la risposta per me è SI, ne sono sicuro! Sicuro che  il nostro nuovo presidente del Maxi-ordine sarà rispettoso dei principi etici e di lealtà corporativa, a garanzia di tutte le  professionalità, senza scivolare “nell’onnipotentismo” che porta alcuni, con modalità autoreferenziali, a porsi in cima all’olimpo e calare nella nebulosa decisionale accordi che garantiscono sicuramente certezze solo a pochi… magistrali…

Chissà se il consiglio forense e il consiglio superiore della magistratura vorrà far calare dall’alto la volontà di una federazione ormai lontana dai propri iscritti anche a noi poveri non “ nobili”…

Chissà se un protocollo firmato dalle associazioni di categoria possa essere stravolto solo per volontà del singolo pensiero “nobile” e con la compiacenza di alcuni e il silenzio omertoso di altri….

Chissà se almeno noi tecnici potremo un giorno dimostrare ai “nobili” che possediamo più coerenza e rispetto per i nostri iscritti….

Chissà se almeno queste parole possano non rimanere solo nel cuore speranzoso del tecnico Sanitario che al risveglio crede ancora nella professione tecnica sanitaria Legale e Forense.

Chissà…chissà…

…. e come dicono le sagge nonnine – chi vivrà vedrà!-

Dott. Marco Castioni, Fisioterapista ed Osteopata, Membro Consiglio Direttivo APSILEF.

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Caro Babbo Natale…

A Natale si sa siamo tutti più buoni, e come non richiamare allo spirito natalizio anche coloro che tra gli infermieri risultano essere i più facinorosi, sovversivi e dediti al turpiloquio.
Mi rivolgo a loro, chiedendo di ravvedersi, chinare il capo ed unirsi nella stesura di questa letterina di Natale da riporre sotto l’albero ed a cui affidare tutti i nostri buoni propositi per l’anno che verrà.
Sono sicuro “ce lo insegna la storia, noi che sempre siamo stati riferimento per tutte le necessita del malato”, non saremo adirati, dediti allo scontro e alla contrapposizione verso coloro che quotidianamente pensano di conoscere il nostro bene.
Si sa “non è la Laurea a fare la differenza, ma la passione, la competenza la dedizione e la buona organizzazione” che contraddistingue un buon infermiere, che debitamente “addestrato” risulterà determinante per assolvere con abnegazione la sua missione (in particolar modo nel periodo natalizio).
Sono sicuro che tutti, e sottolineo tutti deporremo le armi (o le penne) e ci soffermeremo a riflettere sui nostri errori, carenze e mancanze.
Sicuro, complice il periodo, saremo tutti più buoni e rimarremo a guardare inerti senza reagire coloro che impunemente ledono il decoro professionale, ci denigrano e si prendono gioco di noi.
Cosa chiedere a Babbo Natale?…..Sicuramente maggiore consapevolezza, responsabilità e padronanza della propria professionalità.
Auguro a tutti Voi di perseverare nelle proprie idee, principi e convinzioni poiché la rassegnazione è il peggior nemico, logora dall’interno ed annichilisce la speranza.
Invito Voi tutti a raccogliere la sfida avvincente di migliorare la professione attraverso la caparbietà, correttezza ed intelligenza……poiché possono portarvi via tutto ma non il vostro intelletto e capacità di discernimento.
Auguri di Buon Natale.
Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF.

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Il gioco è bello quando dura poco!

Siamo sicuri che i migliaia di infermieri che hanno conseguito un master universitario di 1 e 2 livello siano così contenti che i titoli conseguiti non vengano resi vincolanti per il riconoscimento di competente specifiche.
La formazione post-base può essere ancora intesa come un investimento o dobbiamo rassegnarci ad una visione “missionaria” della professione, dove “l’abnegazione” senza “pretese” è sinonimo di sudditanza ed affidabilità.
Pensare di vedere un “ritorno” (non solo d’immagine ma bensì contrattuale) per gli  sforzi intrapresi in ambito formativo è davvero così deprecabile per l’infermiere o è sinonimo di una presa di coscienza del proprio ruolo all’interno della società.
Da anni stiamo diversificando gli ambiti di intervento assistenziale, ma l’impressione che aleggia (neanche troppo remota) è che si è sempre secondi a “qualcuno” o a “qualcosa” (prima ad altra “figura professionale” e poi al leggendario “bene del paziente”).
Pura retorica; non siamo in grado di essere “primi” poiché l’impianto formativo di base non è incentrato per quel fine e la formazione post-base ha un approccio “debole” per non dire “timido” alla titolarità di competenze specifiche.
Ritengo che in alcuni determinati settori le competenze specifiche debbano essere mandatorie e non facoltative, non possiamo più pensare di “scherzare”  sulla professione poiché il rischio è quello che non si venga più creduti.
La domanda che dobbiamo porci è se possiamo ancora permetterci di scherzare o è arrivato il tempo di essere seri, credibili, autorevoli, autonomi ed infine severi verso coloro (interni ed esterni alla professione) che ci delegittimano prendendosi gioco di noi.
Come recita un detto “il gioco è bello quando dura poco”, e noi dobbiamo essere fermi nel farlo terminare quanto prima.
Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF.

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