Categoria: materiale informativo

Announcement: Comunicato Stampa

L’APSILEF (Associazione Professioni Sanitarie Legali e Forensi) per voce della sua Presidente e di tutti i suoi Associati esprime vicinanza e sostegno all’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna Sergio Venturi, radiato dell’Omceo di Bologna.
Tale assurda decisione, di cui si denota una mera connotazione politica, viene motivata dal fatto che in qualità di medico abbia recato nocumento alla sua categoria nonché infranto norme del codice di deontologia medica solo perché fautore e convinto sostenitore di una delibera che “attribuisce prestazioni sanitarie ‘salva vita’ a laureati infermieri sulla base di protocolli concordati e specifica formazione”.
Ritenendo che tale decisione sia un grave episodio nonché pericoloso precedente teso alla deligittimazione in termini di autonomia e raggio d’azione delle professioni sanitarie, oltre che ad una evidente disattesa del dettame normativo di riferimento, inevitabile risulta da parte APSILEF una sua decisa condanna.
In tal senso saranno sostenute tutte le iniziative che verranno promosse in sostegno del Dott.Venturi a cui esprimiamo vicinanza umana e professionale.

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Announcement: Nessuno mi può giudicare

……..Cosi cantava Caterina Caselli nel ’66……..

Ma da quegli anni sicuramente l’evoluzione della professione ha subito passi in avanti all’epoca nemmeno immaginabili.

Siamo sicuri che ancora oggi il detto vale ancora? Ho i miei dubbi; possiamo ancora pensare di esserne indenni e anteporre ad ogni valutazione/critica l’autoreferenzialità.

Ritengo che non vi sia cosa più difficile che giudicare l’operato altrui, ed in particolare se questo operato abbia recato nocumento ad altri.

La valutazione del personale in sanità ormai è diventato uno dei momenti fondamentali per decidere se un professionista della salute è idoneo o meno a ricoprire un ruolo o un incarico specifico; garantendo in questo modo all’utente la qualità delle cure da un lato e dall’altro permette alla struttura di modulare un indicatore di performance utile per concertare con il singolo professionista ambiti in cui è necessario un miglioramento.

Ritengo che per ambiti specifici della professione vi sia la necessità di creare percorsi formativi dedicati che siano veramente vincolanti alle finalità che si propongono. Questo permetterebbe di “formare” e non “improvvisare” professionisti che abbiano competenze specifiche nel percorso valutativo sia nell’ambito formativo, clinico assistenziale che in quello medico legale e forense.

La competenza e l’autorevolezza del valutatore rende il giudizio equo agli occhi di chi lo subisce”.

Quello che riscontro è che si tenda a creare percorsi vincolanti a finalità specifiche per poi retrocedere sotto la spinta di pressioni esterne…creando delle ambiguità e promiscuità paradossali. Se da una parte forte e la spinta alla “specializzazione” delle nuove generazioni professionali, è pur vero che non vi è un corrispettivo riconoscimento delle competenze che sono il valore aggiunto alla formazione di base e sulle quali bisogna insistere su un loro riconoscimento formale (culturale ed economico).

Il rimanere generalisti, o peggio “tuttologi” crea disillusioni; saper far tutto a volte corrisponde a non saper far nulla nello specifico.

Se trasliamo queste considerazioni nell’ambito legale e forense si evidenzia ancor di più l’indicazione irrinunciabile ad una formazione “specifica”, vincolante e oserei dire “garantita” di competenze certificate.

Se tale indicazione venisse disattesa in un sistema come il nostro scarsamente meritocratico rischiamo di fare l’ennesimo salto nel vuoto.

Dottor Paolucci Francesco Membro Ufficio Stampa APSILEF.

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Siamo tutti uguali di fronte al COVID-19?

La fattoria degli animali (Animal farm) è il romanzo dello scrittore inglese George Orwell dal quale prendo spunto per affrontare la frase che dà il titolo a questo articolo e che si può aimè applicare al mondo che ci circonda ed alla società che va trasformandosi da una parte, ma dall’altra sembra ripercorrere e ripetere errori e situazioni che diventano identiche ai concetti scritti da un autore vissuto nel secolo scorso.
E’ la storia di tutti i giorni … lo vediamo nelle nostre vicissitudini quotidiane, fra amici, colleghi di lavoro, gente che ha “le chiavi giuste” e ti supera anche se meriteresti di più.

Siamo tutti uguali di fronte al COVID-19? ………………

Da quanto si apprende dai giornali e TV sembrerebbe di no; dato che vi sono figli di un COVID minore.
I media hanno portato alla ribalta situazioni paradossali, dove Tutti si sentono in dovere di dire TUTTO il contrario di TUTTO nella sola logica di apparire.
La sostanza sembrerebbe non importare a nessuno; neanche i morti riescono più a scuotere le nostre coscienze…………………e se poi non rispetti il distanziamento, non metti la mascherina, non ti lavi le mani e vai in discoteca puoi sempre nasconderti dietro i negazionisti, i virologi improvvisati, per noi parlare degli agenti atmosferici quali i temuti venti della SARDEGNA che trasportano il virus come fosse polline.

Cosa dovremmo imparare dal COVID-19?…………..

Dalla pandemia dovremmo imparare ad essere responsabili delle nostre azioni e rispondere della nostra condotta, poiché nel riprendere quanto affermato dal Presidente Mattarella:

“La libertà non è far ammalare gli altri”

Ufficio Stampa APSILEF, Paolucci Francesco.

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Infermiere al volante, demansionamento costante!!!

Ci risiamo, il solito “tappabuchismo” figlio del demansionamento, recluta ancora l’infermiere per essere considerato come un distributore automatico di ruoli indefiniti e aberranti per la professione.

Una corsa ad ostacoli per la professionalità infermieristica è sempre in atto. Una gara il cui fisico deve essere sempre pronto e predisposto a vestire i diversi ruoli che si parano davanti al professionista, sembra spuntare dal nulla ogni qualvolta che qualcuno si desta storto al mattino.
La frase per cui c’è un tempo per tutto è vera, fino ad un certo punto. La stessa indica la fine e l’inizio di percorsi, di ruoli e sfide per altre mete sconfinate e promettenti forse.

Purtroppo così non è per l’infermiere che nel corso di un 30 ennio quasi, ha visto l’oscillazione del suo “volto” o meglio dire del suo profilo, che nel momento in cui l’apice era vicino è stato spintonato all’indietro e fatto ruzzolare giù dalla scarpata.
Si perchè rimane comunque una questione ancora campata in aria per molti, visto che da più parti tentano e ritentano di cambiare i connotati all’infermiere.

Conosciamo benissimo i vari passaggi altalenanti della voglia di mutare di una figura sanitaria che si impone oggi nel panorama.
In molti temono l’infermiere ed il suo valore professionale, e la paura che genera mostri ben presto prende il sopravvento, facendo nascere nuove opportunità, senza lasciarlo mai “inoccupato”.
Infatti di dimostrazioni orribili e colorite ce n’è per tutti i gusti. Diciamo che il “tappabuchismo” figlio del demansionamento, è un’arte di gestione delle risorse infermieristiche da tantissimo tempo ancora applicato in Italia.
Le parti assegnate agli “attori” infermieri sono state infinite con diverse regie: lavandaio, spolveratore incallito, geometra angolatore dei letti, telefonista CUP, distributore automatico di colazioni, tassista, amministrativo fotocopiante, e tanti altri che di sicuro usciranno a breve tra le cronache.
Infatti pensate ad un iceberg, immerso nel mare del SSN, e la cosa viene da sè! Questi ruoli sono la punta.

Alcune strutture sanitarie pubbliche e private, alcuni datori di lavoro in primis si sono sempre destreggiati al fine di contenere costi ed oneri gravosi e sappiamo bene i doppi e triplici ruoli sostenuti dai professionisti per non dover incappare in sanzioni o essere rispediti a casa con tanto di saluti. Oramai le sentenze del sempre tirato a lustro filone giudiziario che si sta aprendo in merito, tengono banco e sono sulla bocca di tutti.
Poco importa agli impavidi sobillatori, l’essenziale resta e sarà così in eterno: trovare una soluzione immediata con una “manodopera” che è sotto gli occhi di tutti ogni giorno, vista la numerosa presenza nell’alveo sanitario.

Ma qual è il ruolo più spaventoso?

Mi sono chiesto ed ho riflettuto su quale rappresenti una minaccia o sia quello più dissacrante per la professione. La risposta credo sia azzeccata nel ruolo subdolo, in quello mascherato da un velo di liceità, cioè quello che appare ma non è, quello che accentra a sè tutti gli inganni e sembra plausibile ma in un attimo ti farebbe precipitare in un angolo buio e così isolato, che non arriverebbero a nessuno le tue grida di aiuto.
Oppure tutto al contrario: può darsi che proprio il ruolo nascosto da un paravento lo renda accettabile dal povero lavoratore, che non lo percepisce come tale, non arrivando neanche a pronunciare le fatidiche grida “Aiuto! Mi stanno demansionando!”
Potrebbe essere proprio un ruolo che assume le vesti di “agnellino”, ma divora dall’interno il profilo professionale dell’infemiere con zanne acuminate.

L’ebrezza del volante

“Che male c’è a guidare un mezzo di soccorso aziendale? Un’auto medica? Che ci vuole? Dove risiede il problema? Non ha mai fatto male, è così da sempre: Poi il volante appassiona, e l’emozione della sirena poi….”
Questo forse molti infermieri pensano, dopo che una costrizione confusa ed un lasciapassare “minestronico” tende sempre ed imperterrito a macchiare e a logorare il solo ed unico Profilo Professionale dell’infermiere in quanto tale. Chi costringe l’infermiere a guidare un’auto sul posto di lavoro si nasconde dietro sotterfugi tanto da incentivare la pratica lavorativa. Si alza al mattino e pensa bene di organizzare dei corsi di guida sicura e perfino di elargire a piene mani incentivi economici sporchi del sangue dei Codici Deontologici pregressi, e di tutto l’iter normativo che regola la figura del professionista infermiere.
Le calpestate normative non indicano l’infermiere essere il professionista delle quattro ruote!
Negli ordinamenti didatici non si sono mai svolte ore di automobilistica; negli avvisi di concorso (ufficialmente) non viene mai chiesto se si ha la patente; nessuna domanda agli scritti verteva su cambi gomma, supporti motore o marmitte catalitiche.

Ma avete mai visto un medico al volante? Sarà che l’infermiere è più bravo a guidare e ce l’ha nel sangue? O che il medico ha capito che non deve fare ciò che non gli compete? E allora cosa cambia tra l’uno e l’altro, manie di protagonismo? Passioni fanciullesche?

Dove è scritto che l’infermiere debba guidare, in particolare l’automedica? Dove che è esentato dalle multe? Dove che debba seguire i corsi di guida sicura? Dove che lo deve fare solo perchè è deciso dalle Direzioni delle Professioni Sanitarie (infermieristiche) che dovrebbe anzi tutelarne il profilo nell’Ente?
Già perchè sta succedendo anche questo. Si sta prevaricando tutti sulla figura professionale infermieristica, si sta gettando alle ortiche tutto quanto fatto e valorizzato fin qui.
Molti risentimenti da più parti d’Italia, sembrano essere stati accolti solo in parte da qualche OPI che si sta battendo da sempre contro una delle tante pratiche usa-e-getta circa la professionalità attaccata.

Il caso dell’operatrice del 118

L’ultimo caso che ci fa riflettere, sperando in un cambio di passo..e non di corsia, è quello della collega del 118 di Massa-Carrara coinvolta in un incidente mentre era alla guida del mezzo di soccorso a settembre dello scorso anno, durante codice rosso.
Sirene e lampeggiante non scoraggiarono il comune flusso ad un incrocio che è stato fatale per l’accaduto: scontro con un’auto e scooter.
Purtroppo la gravità dell’urgenza non è potuta rappresentarsi come esimente sulla responsabilità.
Il Tribunale di Massa l’ha condannata a 2 anni di reclusione, con sospensione della patente e € 6.000 di multa.

Aspetti negativi

Molti aspetti aggravanti aleggiano come avvoltoi sul capo dell’infermiere, lo scarnificano pian piano.

L’infermiere-autista non è un profilo previsto e minimamente esistente. Su tale mansione aliena grava il problema della copertura assicurativa, non prevista per legge. Una volta subito un infortunio sul lavoro, la constatazione accertata sarebbe tutt’altro che… amichevole. Anche per la RCA aziendale stipulata per l’auto di servizio ci sarebbero problemi in quanto la tutela è solo per i danni materiali e non per quelli patrimoniali subiti da terzi e non dal conducente/danneggiante.
Con la Legge del 2016 viene introdotto il reato di omicidio stradale, con pene più severe, arrivando all’arresto per flagranza di reato e ritiro “a vita” della patente (ergastolo della patente).

L’infermiere ha un’unica patente di guida personale e non una seconda patente, che per alcune mansioni è definita “di servizio”, come accade per le Forze dell’Ordine. Essa è stata acquisita dopo corsi di formazione specifici per il profilo, cioè capace di predisporre una preparazione per affrontare scenari possibili e guida veloce in emergenza/pericolo. Se succedesse il coinvolgimento in un sinistro stradale sul lavoro in condizioni particolarmente gravi per colpa, sarebbe sospesa o revocata la patente di servizio e non quella, ed unica personale.Cosa che invece capiterebbe al povero infermiere.

Quando finirà la scorta del distributore-infermiere?

L’infermiere ancora per alcuni è un passepartout indefinito, un factotum usa e getta, un distributore automatico di mansioni generate da menti indefinite e contorte, guidate da un’apparente profitto burocratizzante. Ciò in barba a ideali di professione, di sicurezza e di legalità.
La conoscenza del ruolo, del profilo e della vera ed unica essenza professionale necessità con urgenza, ora come non mai un movimento di contrasto a questo dilagare offensivo e lesivo per il professionista infermiere.
Per tutto questo, chiediamo pubblicamente una presa di posizione e di tutela da parte della Federazione FNOPI e degli OPI tutti ai quali segnalare incongruenze di pseudo-ruoli che stanno diventando ammorbanti di un SSN, incastrati in ingranaggi ed in miraggi di risparmi di risorse.

Ufficio Stampa APSILEF
Infermiere Legale Forense
Giovanni Trianni – Presidente Mara Pavan

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MEDICI E INFERMIERI: PILASTRI PORTANTI DELL’ITALIA.

Siamo lusingati che sia rimasto solo il Santo Padre a ricordare lo “sforzo” fatto dal personale sanitario durante la fase più critica dell’emergenza Covid.

Mentre evidenziamo un generale “poco interesse” da parte delle istituzioni e dei media.
Da eroi a “manifestanti fastidiosi” …….che guarda un po’ hanno pure il tempo di scendere in piazza a manifestare.

Quanto accaduto ci riporta con i piedi per terra……e fa’ crescere la consapevolezza che l’immobilismo e l’asservilismo non paga (ora più che mai).

Bisogna darsi una sana “scossa”……in alternativa non abbiamo più alibi per lamentarci.

Se non coglieremo quanto accaduto trasformandolo in una “rinascita” della professione, una “opportunità ” da cogliere per porre le basi per il futuro.

Non possiamo arrenderci ad essere solo “fiammelle flebili”, e non “lampade ardenti” della fase di riorganizzazione del SSN post Covid-19.

Diversamente possiamo accontentarci di qualche sconto ai supermercati o colazioni gratis per sentirci “appagati’ e ristorati.

Francesco Paolucci ,Ufficio Stampa APSILEF

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COME VOLEVASI DIMOSTRARE…

Stiamo assistendo in maniera evidente ad attacchi indiscriminati verso le professioni sanitarie ed in particolare contro gli infermieri; la loro colpa… “alzare troppo la testa”… e non saper restare al proprio posto.

Potremmo riassunere il tutto in“essere eroi ma non troppo per cortesia.”….

La logica dell’usa e getta non è una novità, come quella del resto della “gentile concessione”,  ma dopo gli eventi accaduti negli ultimi mesi tutto ciò mi sembra oltre che inaccattabile molto offensivo.

Siamo chiamati ad essere tutto tranne a quello che dovremmo essere… a fare quello che non dovremmo fare… (non ultimo vigilanti nei pronto soccorso), ma non penso si riesca ad impedire il libero pensiero e sminuire la consapevolezza professionale (direi nonostante tutto).

Gli strumenti da utilizzare sono molteplici, ma devono essere finalizzati al raggiungimento “senza compromessi” a due obiettivi prioritari… l’autonomia e la specificità professionale… altrimenti il rischio di essere un “assistente” di qualcuno sarà sempre dietro l’angolo.

Francesco Paolucci, Ufficio Stampa APSILEF.

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…dalle stelle …alle stalle

Come in un film già visto si ripete nella mente lo stesso finale nonostante i colpi di scena.

Ma ricapitoliamo la trama del grande film andato in onda sugli schermi italiani nell’ultimo periodo.
All’improvviso ci si è resi conto che la sanità ha bisono di meno dirigenti e più operatori, meno promesse e piu DPI; si grida allo scandolo e tra un sacco di immondizia al posto dei camici si affronta l’emergenza.
Grandi eroi ci hanno dipinto, alla stregua di Batman ed Ironmen; ma a distanza di nemmmeno 3 mesi eccoci ripiombare nel dimenticatoio… òdella serie “tutti servono ma nessuno è indispensabile”. 

Si ritorna nella cuccia in cui ci hanno reclusi e con la coda tra le gambe.
Anzi, vi dirò di più, se non siete abbastanza scontenti vi togliamo anche la docenza ai corsi di laurea per infermieri.
Ebbene sì, dalle stelle alle stalle pagando anche gli interessi.
Siamo una grande famiglia professionale, rappresentati da una grande Federazione degli Ordini.
Anche loro silurati da tutti, da inprescindibili rappresentanti ad assenti giustificati.
Bisogna farsi una grande domanda a mio avviso?… il nostro peso nella società come viene misurato?… certamente non con le videoconferenze, o visibilità a tavoli dove è palese che non si conta nulla.
Da sempre sono stato contrario a spettacolarizzazioni, ma devo riconoscere che il flash-mob dei colleghi piemontesi ha smosso più coscenze tra gli infermieri che le “apparizioni”  sui social.
La chiave di lettura in tutto ciò è riassumibile in... “otteniamo quello che meritiamo e se non siamo in grado di lottare, raccogliamo quello che ci si offre senza dimenticarci di ringraziare educatamente attegnendoci alle norme dontologiche.

Francesco Palucci, Ufficio Stampa APSILEF.

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APSILEF indignata per il taglio dei posti di docenti infermieri nei CdL di infermieristica

Il D.M. n°82 del 14 maggio 2020 “Modifica requisiti di docenza lauree per Infermieri” abbatte la costruzione di un’autonomia professionale raggiunta.

Il Ministro dell’Università e della Ricerca, prof. Gaetano Manfredi vorrebbe far riposare gli infermieri stremati dall’emergenza Coronavirus?

Il lock-down è finito ed una ventata di freschezza sembra voler colpire tutti. A forza di stare chiusi e fermi la mente di qualcuno ha giocato brutti scherzi, producendo sul fondo un deposito di scorie che è esploso alle prime avvisaglie di libertà, con schegge impazzite dirette alle fondamenta dell’essenza infermieristica.

Tutto il profuso elargito a destra e a manca sulle qualità dell’infermiere era di già falso ed ipocrita allora come dimostrato poi. Più che altro con simpatia e quasi amorevole spirito si espandeva questo ben volere e beneplacito verso la nostra figura, con un susseguirsi di giochi: da quello del bastone e carota (promettendo mari e monti…a chi sarebbe sopravvissuto), alla santificazione “angelica“, all’eroe del momento, per capire da subito che di solo gioco al massacro si parlava, gettati in una bolgia infernale e rigirati ogni tanto fino a cottura ultimata.

Il 15 febbraio di quest’anno il ministro della Salute Roberto Speranza era intervenuto al Consiglio Nazionale della Federazione degli infermieri (FNOPI) esprimendo: “Sottoscrivo la vostra mozione: il SSN ha bisogno di un’inversione di tendenza per assistere i cittadini sul territorio….Sottoscrivo la mozione degli ordini delle professioni infermieristiche, nel senso che vi ho trovato tutti gli aspetti che servono davvero a caratterizzare un Servizio sanitario nazionale (SSN) efficiente, universale e di qualità quale è il nostro”.

Poi forse sibillino si pronunciò ancora: “La nostra prima sfida è fermare la stagione dei tagli…”

Ci viene da pensare, a dispiacere, che nelle numerose task force di questo nostro Paese che pare conti circa 450 esperti (durante l’emergenza Covid-19), sia stata istituita una commisione che abbia deciso per gli Infermieri (ma senza i padroni di casa), forse orami tanto stanchi di presiedere quei posti di docenza nei propri ambiti accademici costati tanto sudore e stridore di denti, usando semplicemente una parola ricca di significato come quel “in deroga” che tanto ci sembra equivalente ad “in barba” o “alla faccia di..”.

Cosa poi ragguardevole, come il pasaggio dalla padella ai tizzoni roventi, è stato affidare i nostri posti espropriatici, ai medici, facendo balenare un flashback atavico e orripilante nel quale si intravede nuovamente uno spiraglio di soccombenza della figura infermieristica a quella di qualcuno estraneo al campo specialistico.

Si attende forse il passaggio dei docenti infermieri “liberi” ad altri corsi, in idraulica?

Ci si auspica pertanto che il confronto con la Federazione degli infermieri sia proficuo d’intenti e risolutivo, onde scongiurare una discesa in età preistorica del SSN italiano, in deroga…… al buon senso.

Infermiere Legale Forense Ufficio Stampa APSILEF

Giovanni Trianni

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LA VERITA’? Infermieri e professioni sanitarie in trincea – si schiva il Covid-19 di fronte, e il plotone di esecuzione dell’alleato alle spalle!!

L’emergenza Covid-19 non è soltanto un semplice stato globale di grave allerta sanitaria, almeno non in Italia, almeno non per gli infermieri. Almeno non è solo questo!

L’eccidio di massa dei sanitari che contagiati, contagiano, portando dappertutto un’ombra di morte, fino a perire loro stessi continua, e un altro dubbio fa capolino all’orizzonte, e non è proprio un arcobaleno.
Ora l’interrogativo strisciante che sta prendendo piede nel mondo infermieristico e non solo è agghiacciante,  un dubbio amletico, classico come da letteratura.

Circa un secolo fa Edmond Haraucourt scrisse in un suo poema: “Partire è un po’ morire”, gettando le basi di un pensiero inneggiante alla nostalgia. Ma qui la trasformazione del nesso ci spinge nella sua tragicità a trasformare, per una forza dirompente degli eventi, la famosa affermazione. I migliaia di operatori sanitari ed infermieri contagiati si chiedono, ma più che altro affermano che: “Restare” sia un po’ “Morire!”. Si  perché insieme ad altre centinaia di migliaia di colleghi si stanno rendendo conto che, se non si muore nelle corsie, restare è anche peggio! Vivere, non morire, restare e soffrire è senz’altro un dubbio più che amletico, che finirà per distruggere tutto il lavoro fatto, finirà per distruggere anche i superstiti.

Un malcontento continuo
Da più parti si avverte una corrente di serpeggiante malcontento ad inasprire gli animi. Le voci si rincorrono, il collega racconta la sua vicenda all’altro, che a malincuore conferma e a testa bassa, risponde che ci è passato, il terzo a sua volta asserisce essere nel bel mezzo della disputa. Ma cosa sta succedendo di tanto grave?
I turni massacranti già noti da tempo a tutti, passano ormai in secondo piano per la naturalezza di come siano affrontati dagli operatori sanitari. Qui la gravità, subdolamente insediata fin dal primo giorno,  con l’obbligo perentorio alla discesa in campo senza dispositivi di protezione, ancora continua, segue come un’ombra l’infermiere avvolgendolo interamente, ma assume nuove forme.
I plotoni di esecuzione fanno parte della guerra, certo, ma quando sono formati dalla parte amica, allora qualcosa non torna.

Il tradimento dalla parte “amica”
Succede che migliaia di colleghi siano allineati, messi al muro e prontamente bendati, e non parlo di esecuzioni da contagio, non è il Covid-19 che vorrebbe punire con la sua spietatezza, già lo fa senza chiedere: centinaia di migliaia di infermieri e altri operatori sanitari si sentono stretti e con un cappio al collo dalle proprie amministrazioni, dalle proprie direzioni e da chi li dovrebbe proteggere; centinaia di migliaia di spade di Damocle pendono sulle teste degli operatori sanitari ormai allo stremo.
Molte segnalazioni pervenute, parlano in effetti di “bende sugli occhi”, sotterfugi, convincimenti, spauracchi e minacce adottate fin dal primo giorno da parte di numerose Aziende, nei confronti del proprio personale, che già prudentemente e con testardaggine pretendeva la dotazione di una semplice mascherina di protezione.
Non solo le derisioni erano all’ordine del giorno, ma il fare interrogativo a stabilirne la motivazione risultava sconsiderato e inopportuno: “Ma quale mascherina? Non ce n’è bisogno, si potrebbero spaventare i pazienti e creare falso allarmismo!”
A chi reiterava dubbi, a chi nutriva perplessità, a chi chiedeva spiegazioni e chiarimenti in forma scritta, venivano promessi a iosa rapporti disciplinari e una non celata segnalazione di “pecora nera” nel contesto operativo, che avrebbero pagato alla fine, attingendo da un fantasioso “libro nero” dei buoni e dei cattivi.
Lo svolgersi dell’emergenza nel tempo, sta insegnando come si stia evolvendo la richiesta di peripezie contorsionistiche ai propri dipendenti. Terminata la fase “fanciullesca” della semplice mascherina, molte Direzioni hanno manifestato ad ampio spettro, una non adeguata aderenza a linee guida ministeriali, mondiali e regionali, in un minestrone di competenze sovrastanti, smentendo le prime per le successive e viceversa. Ad un certo punto ci si chiedeva quasi, quale bene primario dovesse prevalere: se salvare più vite umane possibili, se salvaguardare le casse dell’economato, se e chi sacrificare, in un fuggi-fuggi inconcludente significativo di carenti progettualità di rischio clinico.
I primi errori ben presto hanno portato con sé la prima scia di sacrifici, ed ancora continuano gli eccidi, ma con variabilità ed aspetti singolari per tutte le realtà.
Preminenti in questa baraonda la necessità dei dispositivi di protezione, che addirittura per protocollo interno hanno determinato l’allungamento della lista delle assurdità. Tutto appariva potenzialmente utile, in una corsa agli “armamenti”: da veli vergognosi di carta igienica a coprire la faccia, a buste di plastica come calzari, con pezzi di cartone a mò di sciarpe anti-droplets e copricapo.
Non si capiva e tutt’ora (ed ancora non è chiaro) se vi fosse carenza, non comunicabilità, intoppi burocratici o con orrore farmacie ospedaliere zeppe, con Responsabili del Servizio redarguiti al risparmio.
Tant’è che credo possibile realizzarsi entro l’anno, un attivo di bilancio, e una dormita più sicura tra due cuscini, per coloro i quali, in piena emergenza si sono aumentati lo stipendio (e ce ne sono), e per chi si sia gettato a capofitto nel risparmio delle tute impermeabili. Segnalazioni di operatori sanitari infatti, hanno evidenziato con dati certi, non solo il pluriutilizzo di tali dispositivi, indispensabili per l’acceso dalla zona filtro al reparto COVID dedicato, bensì il fatto che fosse indossato da tutti e lasciato all’altro, turno dopo turno, fino a consumarlo, perfino prima o dopo che il medesimo fosse stato utilizzato dall’Oss.
Da segnalazioni di sindacati, sembra che gli operatori non vadano neanche al bagno per la scarsa quantità di dispositivi, ricorrendo all’utilizzo di pannolini e cerotti.

E che dire di turni fatti apparire per magia con criterio “tappa-buco”, con infermieri a “rotazione”, presi da più punti nei vari reparti a lavorare come su una giostra nel reparto COVID; e dei neo-assunti sbattuti ed inviati allo sbaraglio?
Non si finirebbe più di elencare le gravi falle che ancora continuano, dalla (per mancanza di volontà) non esecuzione di tamponi agli operatori (per paura di chiudere tutto), alla malgestione di percorsi idonei, alla trascuratezza di gestione.

Oltre al danno la beffa
Un colpo di spugna stava per essere passato su responsabilità di malpractice emerse in corso di epidemia, grazie all’emendamento Marcucci, che come una ventata primaverile voleva infiorare il Parlamento. Le valutazioni di comportamenti omissivi e/o commissivi, erano destinate ad essere affossate con una costruzione di uno scudo sia penale che civile mirato a protezione contro gli errori emersi.
La non-punibilità proposta (che di già sembrerebbe un echeggiare della legge 8 marzo 2017, n. 24 c.d. Gelli Bianco) come tutela degli operatori sanitari che hanno agito in “stato di necessità” e scarse risorse, come potrebbe avvenire in uno “stato di guerra”, sarebbe potuta trasformarsi in una “amnistia generale” lungimirante per Aziende (pubbliche e private), Manager delle Regioni, Dirigenti Amministrativi a tutti i vertici, perfino quelli governativi, quasi ad approfittare di un “saldo di stagione”.
Chi ha paura di essere sottoposto ad un giudizio così schiacciante ed oneroso, legando mani e piedi ai Magistrati italiani?
Ora sembra ferma, parcheggiata nel dimenticatoio, ma col motore acceso, e a serbatoio carico!

D’altra parte le cronache di questi ultimi giorni lo stanno evidenziando, non c’è voluta una sfera di cristallo. Emerge infatti una situazione amara, che conduce proprio su questa strada.
In questi momenti già tragici l’Autorità Giudiziaria, sta provvedendo ad acquisire materiale utile a stabilire responsabilità (penali e amministrative) che si celerebbero dietro migliaia di decessi in molte RSA e Case di Riposo, dalla Lombardia, al Molise, alla Puglia, ipotizzando reato di epidemia colposa e omicidio colposo.
Non solo per quanto riguarda l’esplosione inattesa che giustificherebbe la mancata preparazione di progetti arginanti l’emergenza.
Focus principale emergente (denunciano molti dipendenti) sembrano essere assurde direttive che vietavano l’uso delle mascherine (per non spaventare i pazienti), ancora in fase di emergenza avanzata, la mancanza di tamponi, e la cattiva gestione di logistica. Una delibera della Regione Lombardia dell’8 marzo, infatti, chiedeva alle Strutture Socio Sanitarie di allestire reparti Covid dove accogliere pazienti “a bassa intensità” provenienti dagli ospedali.
Ora si farà chiarezza, e molto si sta smuovendo dal fondo.
Un fondo poco chiaro che vede ancora i professionisti sanitari allo sbaraglio contro i,„ plotoni di esecuzione“ delle proprie Aziende.
E’ solo l’inizio!

Giovanni Trianni
Infermiere Legale Forense
Ufficio Stampa APSILEF

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